Lista 30×30 – Ma oggi sono già 31

Oggi è il mio trentunesimo compleanno e, come mi ha già gentilmente ricordato mia madre, ormai mi dirigo in direzione “anta”.

Due anni fa, facendomi aiutare anche da voi, avevo stilato una lista di trenta nuove cose per i miei trent’anni. Poi i trent’anni li ho compiuti e, visto che per molti motivi ero ancora in alto mare con la lista, ho deciso di prendermi un ulteriore anno di tempo. Oggi si conclude quindi questa esperienza e ci sono diversi punti non ancora depennati dalla lista. Alcune cose non le depennerò mai, altre chissà, in compenso ci sono dei bonus.

Nella vita si cambia, negli ultimi due anni mi sembra di essermi trasformata. Questa lista, che non è niente più che un “giochino”, in realtà mi ha portata a riflettere su che tipo di persona vorrei essere, a fare nuove esperienze, a confrontarmi continuamente con me stessa e a capire in che direzione potrebbe essere la felicità.

  • Non ho letto “Anna Karenina” di Tolstoj, gli ultimi anni sono stati per me già abbastanza tristi per leggere di una tizia che si butta sotto un treno.
  • Ho archiviato l’idea di tatuarmi, ma in compenso ho trovato il mio “amuleto”: la mano di Fatima.
  • Non ho partecipato alle iniziative della residenza per anziani vicino a casa, ma a molte della scuola di mio figlio. E da settembre inizierò a fare volontariato.
  • Ho comprato una borsa rossa. E dei sandali rossi. E anche i miei nuovi occhiali da vista sono rossi.
  • Non sono andata in slittino perché di neve se n’è vista poca, epperò io e mio figlio qualche settimana fa abbiamo fatto una battaglia di bombe d’acqua.
  • Non ho ancora portato mia madre a cena fuori: lo farò ad agosto, quando verrà a trovarmi.
  • Non mi sono fatta fare un servizio fotografico perché non ne ho avuto voglia, non sono (più) così vanitosa.
  • Non sono andata ad Amsterdam perché, il weekend in cui avevo finalmente avevo prenotato, mio figlio aveva la febbre. Le vacanze quest’anno saranno sul Mar Baltico, un altro posto in cui da secoli sognavo di andare.
  • Ho fatto un corso di spagnolo e sono arrivata al livello B1, che è sufficiente non solo per ordinare la paella, ma anche (forse) per leggere Borges.
  • Non l’ho davvero dimenticato, il violoncello. Sta il salotto in bella vista, ogni tanto me lo coccolo ma non lo suono. Non ho un maestro e da autodidatta è frustrante. Insomma, nota dolente: vedremo se nei prossimi mesi riuscirò a trovare una soluzione.
  • Ho imparato a preparare molti piatti etnici, non solo cinque. In compenso, non sono andata al karaoke.
  • Sto imparando a dipingere con gli acquerelli, ho recuperato il corso di calligrafia e sono in fissa con l’Handlettering.
  • Sono andata a raccogliere le fragole (le fragole più buone che abbia mai mangiato).
  • Niente grandi feste: a che serve avere tanta gente attorno, se gli amici si contano sulle dita di una mano?

I bonus sono ancora più belli della lista, mi sa. Mi sono data al giardinaggio, cosa che credevo impossibile (sono stata, fino a qualche mese fa, fedele alle piante di plastica). Ho iniziato una nuova lista, insieme a mio figlio, e sono andata con lui a sentire “Il carnevale degli animali”. Ho rinnovato non solo il salotto, ma poco a poco tutta la casa. Sto scrivendo una lettera a mio padre. Ho imparato a prendermi del tempo per me, a chiedere aiuto, a lasciar andare (cose, situazioni, persone). Sto imparando a mettere da parte il mio perfezionismo e la mia sete di conferme – non ne ho più bisogno, l’equilibrio non è più un miraggio.

Insomma, tanti auguri a me. In fin dei conti, credo di meritarmeli. 

 

La letteratura della diaspora africana in Italia: colonialismo e migrazioni

La migrazione è una qualità primordiale (di ordine primo: alla lettera) del destino degli umani. È un valore e un dolore, o anche un’abitudine e un’avventura, che origina l’umanità come tale e le permette di produrre immaginario e discorsi.

Con questa citazione di Armando Gnisci si conclude il mio nuovo articolo per Il Club del Libro, in cui racconto della letteratura della diaspora africana in Italia. Potete leggerlo cliccando sul link seguente:

La letteratura della diaspora africana in Italia: colonialismo e migrazioni

Particolare della copertina di “La grande A”, Giulia Caminito, Giunti Editore

5 libri in 5 minuti, ovvero alcuni nuovi arrivi

Tanti nuovi arrivi nelle ultime settimane:  Adua (Giunti) di Igiaba Scego, sul quale lavoro e lavorerò per un seminario di Comparatistica sulla letteratura della diaspora africana; Antologia di Spoon River (Mondadori) di E.L. Masters, di cui mi interessa moltissimo anche il legame con il concept album Non al denaro non all‘amore nè al cielo di Fabrizio De André; Tienilo acceso (Longanesi) di Vera Gheno e Bruno Mastroianni, che avrò il piacere di presentare il prossimo settembre in occasione dell‘ottavo raduno nazionale Il Club del Libro a Firenze.

Venerdì scorso, inoltre, ho ricevuto un pacchetto particolarmente interessante e ho voluto condividerne con voi il contenuto – tornando al formato video, che avevo abbandonato per un anno e mi riprometto ora di utilizzare di nuovo.

Vi presento brevemente (5 libri in 5 minuti, per l’appunto):

– il secondo volume della “trilogia del secolo” di Carmen Korn, È tempo di ricominciare (pubblicato in Italia da Fazi Editore)
La mia meravigliosa libreria di Petra Hartlieb (pubblicato in Italia da Lindau)
– una biografia di Simone de Beauvoir scritta da Julia Korbik
– l’autobiografia di Beate Uhse
Pippi Calzelunghe di Astrid Lindgren!

Buone letture e alla prossima!

Padri e patrie: “Sangue giusto” di Francesca Melandri

Sangue giusto di Francesca Melandri è parte della “trilogia dei padri” insieme a Eva dorme e Più alto del mare. Tre libri, la cui stesura complessiva è durata dieci anni e mezzo, che già nel progetto originario avrebbero dovuto raccontare temi della storia italiana di cui si sa troppo poco. Perché se ne sa troppo poco? è la domanda da cui prendono le mosse.

Sono andata ad ascoltare Francesca Melandri qualche settimana fa sulla Literaturschiff, la “nave della letteratura” del festival Lit.Cologne, che durante la presentazione – insieme a Husch Josten, brillante scrittrice a quanto mi risulta non (ancora) tradotta in Italia – ha navigato lungo il Reno. Il titolo dell’evento era: Über Väter und Vaterländer. Padri e patrie, dunque.

Il rapporto tra i due sembra essere un tema molto caro all’autrice, essendo il fulcro su cui ruotano tutti i libri della trilogia, nonostante le ambientazioni diversissime: la storia del Sud Tirolo, gli anni di piombo, il passato coloniale italiano.

Quanto si conosce davvero il proprio padre? E quanto si conosce davvero la propria patria? E soprattutto: le colpe dei propri padri ricadono sui figli? E quelle della patria?

In Sangue giusto quello che fa la patria, lo fa il padre“, dice Francesca Melandri. Ilaria cerca la verità nella storia del padre, camicia nera volontaria in Africa e una vita piena di segreti che ora è troppo anziano per ricordare – ma che a quanto pare ancora sa di aver usato, in un tempo lontanissimo, un lanciafiamme. “Chi non sa niente non può tradire”, ma c’è una cassetta piena di foto e lettere da cui partire. E Ilaria inizia a cercarla, la verità, il giorno in cui un ragazzo africano, che ha sfidato il destino pur di arrivare a Roma, la aspetta sul pianerottolo di casa dicendole: “Mi chiamo Shimeta Ietmgeta Attilaprofeti e tu sei mia zia”.

Copyright Elisabetta Claudio

Francesca Melandri tesse così trama e ordito del suo racconto tra passato e presente, tra il passato coloniale italiano e il presente delle migrazioni, tra un passato rimosso e un presente che è qui, ora, sotto gli occhi di tutti.

E parte dalla storia di un uomo, di una famiglia, per raccontare la Storia: “Questo è il mio modo di esprimere il mio sguardo: il micro funziona esattamente come nelle relazioni macro, nel silenzio, nella ribellione, nella ricerca. Questi due aspetti si intrecciano nei miei libri“.

L’autrice racconta di essere stata in Etiopia due volte durante la stesura del romanzo, di aver avuto colloqui con famiglie italo-etiopiche: “Mi faccio raccontare le storie, poi mescolo e le faccio diventare la mia storia. Devo nutrirmi di esperienza umana per riuscire a fare il mio mestiere“. Un’esperienza umana che si ritrova tra le pagine dense del romanzo, che senza alcuna retorica scava tra pulsioni umane, disperazione, brutture e morte per trovarvi forse, infine, un germoglio.

L’aggettivo “giusto” da cui viene il titolo occupa uno spazio semantico molto grande: significa corretto, adatto, il migliore, buono, superiore. Chi ha il sangue giusto, ha diritti. Shimeta Ietmgeta Attilaprofeti “ha il sangue giusto? Il suo purissimo quarto di razza italiana?” (p. 85).

Bisogna perdonare molto ai propri padri e alla propria patria. Perdonare senza dimenticare, per affrancarsi dai loro errori e cercare anche noi un piccolo germoglio di speranza in tempi talvolta così cupi.

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Francesca Melandri, Sangue giusto, 527 pagine, Rizzoli, € 20,00

Dalle colline piemontesi ai ciliegi dell’Altes Land: la crudeltà delle radici

È troppo ardito accostare un classico della letteratura del Dopoguerra come La luna e i falò di Cesare Pavese al recente bestseller tedesco Il paese dei ciliegi di Dörte Hansen?

Ho letto quest’ultimo nella versione originale tedesca e mi sono molto stupita nello scoprire, a lettura ultimata, che effettivamente già esisteva in traduzione italiana. Lo avrei visto molto bene nel catalogo di Keller, di Iperborea, e invece lo ha pubblicato Salani e questo, forse, c’entra qualcosa col fatto che il romanzo sia passato quasi in sordina in Italia e non abbia avuto nemmeno l’ombra del meritato successo ottenuto altrove.

Insomma, ho letto Pavese e Hansen uno di seguito all’altro e, sì, si tratta di due libri profondamente diversi. Eppure la chiave di tutto mi pare sia riassumibile da un lato in una certa idea – dolorosa, per lo più – di patria, di casa, di radici, che si respira in entrambi i romanzi, dall’altro nella comune ambientazione rurale.

Le colline di Santo Stefano Belbo sono il luogo in cui Anguilla è nato, bastardo, e cresciuto – e sono il luogo in cui, all’indomani della Liberazione, ritornerà dopo molti anni trascorsi in America. Vera invece, dopo essere fuggita dalla Prussia Orientale appena prima dell’arrivo dell’Armata Rossa, è approdata da profuga insieme alla madre – che poi la abbandonerà – nell’Altes Land e lì rimane per tutta la sua vita, nella stessa casa che all’inizio così malvolentieri la ha accolta.

L’Altes Land è la rigogliosa zona di frutticultura (specialmente mele) nei pressi di Amburgo, sulle rive dell’Elba.

La campagna è il luogo immobile, arcaico, dove il tempo sembra non scorrere mai e dove la natura fa il suo corso, dove le stagioni si ripetono tra lune e sbocciare di ciliegi:

Era strano come tutto fosse cambiato eppure uguale. Nemmeno una vite era rimasta delle vecchie, nemmeno una bestia; adesso i prati erano stoppie e le stoppie filari, la gente era passata, cresciuta, morta; le radici franate, travolte in Belbo – eppure a guardarsi intorno, il grosso fianco di Gaminella, le stradette lontane sulle colline del Salto, le aie, i pozzi, le voci le zappe, tutto era sempre uguale, tutto aveva quell’odore, quel gusto, quel colore d’allora.

Ma la campagna è anche il luogo della decadenza. Lo dimostra la disperazione dei contadini piemontesi che incontra Anguilla, lo dimostrano il giardino abbandonato, la grande casa fatiscente di Vera. La vita in campagna è una lotta, una sfida che qualcuno accoglie volentieri e alla quale qualcun altro soccombe.

Quello di Anguilla è un ritorno alle radici, in America non c’erano quei campi, quei vigneti, quella luce:

Un paese di vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

Anguilla sa bene dove stanno, le sue radici. Nel caso di Vera, invece, è la loro mancanza a condizionarne l’esistenza e a trasformare un vuoto immenso in un attaccamento quasi patologico a quello che è diventato il suo mondo, ma che in realtà non lo sarà mai per davvero. Vera, che rifiuta le sue radici, si troverà a fare i conti con la propria storia familiare quando arriverà un’ospite inattesa, Anne, che invece ne è alla ricerca proprio in quel piccolo paesino dell’Altes Land. Anne ha difficoltà lavorative e familiari, non trova altra via che provare a ricominciare, cambiare direzione. Lentamente anche la vita di Vera prende un’altra piega: la vicinanza, la condivisione, l’affetto sciolgono il ghiaccio che si è accumulato dentro di lei in tanti anni di solitudine.

Ma le radici sono crudeli perché impongono anche di interrogarsi sul passato, di confrontarcisi presto o tardi: Anguilla ricorda il fascismo e la Resistenza, nuove sconvolgenti rivelazioni lo attendono. I traumi di Vera sono pure molti, vissuti in tenera età e perciò ancor più difficili da superare.

Anguilla e Vera hanno un ulteriore punto in comune. Entrambi non hanno una vera famiglia, tutti i personaggi che ruotano attorno a loro vengono tenuti più o meno a distanza ad eccezione di Nuto, amico e “maestro” di Anguilla, e del padre adottivo di Vera, a cui manca qualche rotella e che la notte rivive invariabilmente l’incubo del fronte durante la Seconda guerra mondiale.

Il disperato tentativo di fare pace con la propria patria, col luogo fisico ed emotivo da cui si proviene, condiziona le scelte di Anguilla e Vera, personaggi così umani, in fondo così simili. Il viaggio di Anguilla continuerà, probabilmente. Vera invece ha acconsentito a far ristrutturare la sua casa, che è un’entità quasi viva e segue le evoluzioni della sua abitante, che lì trova finalmente pace. Ognuno sembra infine aver trovato la propria via.

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Cesare Pavese, La luna e i falò, 208 pagine, Einaudi

Dörte Hansen, Il paese dei ciliegi, titolo originale Altes Land, trad. Umberto Gandini, 288 pagine, Salani