ASINI, OCHE E RABBINI di Roberta Anau

Asini, oche e rabbini stazionava ormai da metà anno nel mio scaffale di lettura: ogni volta che sceglievo un libro, esitavo. Mi sembrava qualcosa di prezioso, da leggere “al momento giusto”, e così rimandavo.

Ci sono tanti modi di raccontare il Novecento, e ci sono tanti modi di raccontare l’ebraismo italiano.

Proprio sicuri, però, che il modo scelto da Roberta Anau sia così azzeccato?

Questo libro viene presentato come «un unico, indimenticabile romanzo in cui si fondono la Storia e le Storie, l’Autobiografia e le Biografie, la Memoria e il Presente»… a me sembra, molto più modestamente, il libro di memorie — frettolose, come peraltro recita e suggerisce il sottotitolo: Memorie frettolose tra due città e una miniera — di un’anziana signora.

La somma degli addendi, ebrea più italiana, contravviene alla regola: la cifra che ne risulta è superiore alla somma degli addendi.

Roberta Anau è nata a Ferrara nel dopoguerra, poi trapiantata a Torino (che definisce «nordica e sudicia, rumorosa, polverosa, incasinata e glaciale» e non mi trova per niente d’accordo, sebbene io possa facilmente immaginare che in quegli anni la città fosse un po’ diversa da com’è oggi), infine approdata — mollando il lavoro da insegnante di Lettere — in “esilio volontario” in un’antica miniera di ferro del Canavese, da lei convertita in azienda agrituristica.

La storia che ci racconta è la sua e, di riflesso, quella della sua famiglia.

Una famiglia ebraica benestante, che ha dovuto fare i conti con la guerra e con le leggi razziali, scampata alle deportazioni; una famiglia tanto intransigente nel non ammettere goìm (non ebrei) in casa propria e frequentazioni non ebraiche per le figlie, quanto “emancipata” nel derogare alle regole alimentari ebraiche, concedendosi una fetta di salame una volta ogni tanto e permettendo a Roberta, bambina, di fare merenda con il panino con la pancetta prima di andare a lezione dal rabbino.

Un microcosmo in cui sono per lo più le donne di famiglia ad essere protagoniste: la dispotica madre Fernanda, la sorella Daniela, la nonna Amalia e la nonna Bice, l’anziana havertà (cameriera) Cecco, che ha visto crescere quattro generazioni di Anau.

Ma, al di là di tradizioni, usanze, cibi e suggestioni ebraiche, in fin dei conti, si tratta di una famiglia come tante, proprio come la vita di Roberta si può considerare simile a quella di molti altri suoi coetanei della generazione post-bellica, cresciuti in pieno boom economico e attratti dagli ideali sessantottini di libertà. Con un “fardello” in più, certo: quello di essere un’ebrea nata dopo

Che culo ho avuto a essere nata in Italia dopo la guerra, e che culo soprattutto a non aver assaporato la goduria dell’essere ebrei nel periodo antecedente.

Fin da bambina, le è toccato ascoltare i racconti più terribili sulla Shoah. Da adolescente, il suo diario segreto era indirizzato ad Anna Frank. Da sempre, autotabù: «cose da non guardare, parole vietate, proibizioni ulteriori, difficoltà di pronunciare per assonanza e similitidine concettuale vocaboli come forno, gas, crema, cristalli, campo, rastrello, soluzione, ciclone e loro varianti e composti, doppia esse come Società Semplice, un certo tipo di birra, mai stoffe e vestiti a righe», e la lista continua.

È difficile trovare la propria strada e la propria identità; la sua “ebreitudine” però è sempre presente, mai rinnegata, e si manifesta in maniera più sentita soprattutto in età adulta. Addirittura, la Anau oggi si pente di aver generato «una miscredente figlia di ebrei», poiché la figlia Debora è stata cresciuta fin troppo laicamente.

Gli aneddoti si susseguono in un continuo rimando tra passato e presente: dalle estati dell’infanzia alla Luchinata alla vita da sposina a Mirafiori, dalle manifestazioni del ’68 ai turisti che approdano da tutto il mondo alla Miniera per gustare i piatti ebraico-piemontesi di famiglia.

Sono proprio i profumi ed i sapori della cucina ebraica a fare, in qualche modo, da filo conduttore dell’intero libro. La Anau, già autrice di un paio di libri di cucina, ogni tanto intervalla al racconto degli acrostici a tema culinario che confermano il suo amore per la buona tavola.

Il linguaggio della Anau, semplice ed immediato, vorrebbe, probabilmente, ricreare il fascino del racconto orale, ma l’esito non è stato fortunato. Accanto a parole ebraiche (mai più dimenticherò tàhad, culo…), ferraresi e piemontesi, troviamo spesso e volentieri termini gergali e parolacce che indispongono non poco il lettore.

Senza contare gli sfoghi. La Anau, ad esempio, in più di un’occasione racconta del suo «pregiudizio ben motivato e duro a morire» nei confronti dei tedeschi ed arriva a chiedersi se mai possa esistere un tedesco «veramente umano», per rispondersi da sola con un «Mah»: considerando anche che sono tedesca d’adozione, vi lascio immaginare la stizza.

Un paio di volte sono stata tentata di abbandonare Asini, oche e rabbini, all’inizio e poco dopo la metà. Non l’ho fatto perché sono testarda e perché sono tirchia (diciotto euro, non so se mi spiego!). Per tutta la lettura ho oscillato, pagina dopo pagina, tra la simpatia nei confronti di una donna anticonformista e vivace, l’interesse per l’ebraismo (qualche parola di ebraico sono pure riuscita a impararla: non solo culo, giuro) e la delusione nel trovarmi davanti una storia interessante ma raccontata in maniera per nulla coinvolgente. Peccato.

copertina_823Autore: Roberta Anau
Titolo: Asini, oche e rabbini
Pagine: 240
Editore: e/o
Prezzo: € 18,00 in cartaceo; € 3,99 in e-book
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2 risposte a “ASINI, OCHE E RABBINI di Roberta Anau”

  1. Ho letto anch’io Asini, oche e rabbini di Roberta Anau e ne ho tratto un’impressione del tutto diversa dalla sua, forse perché essendo anch’io un’anziana signora (come lei benevolmente definisce l’autrice), ho l’abitudine di riflettere parecchio per entrare nelle parole dei libri che frequento. E la testimonianza arguta e impetuosa di Roberta Anau mi è persa preziosa, un grimaldello per entrare in momenti, sentimenti e situazioni che non sono miei ma hanno una valenza “universale” per così dire, e le sono molto riconoscente a per avermi dato questa possibilità. Certo, per fortuna, la sua vita di ebrea italiana ha potuto svolgersi secondo i binari e le esperienze degli anni che ha attraversato insieme a milioni di suoi coetanei, con cui ha condiviso molto osservando dalla sua prospettiva particolare, che Roberta Anau ha la capacità e il coraggio di esprimere con tutta la schiettezza e l’onestà (oltre alla capacità di ridere, dote non così frequente) delle sue parole. Io, come lettrice, non mi sono sentita infastidita dalle “parolacce” né dalle opinioni espresse chiaramente come quelle su Torino o sui tedeschi. Preferisco mille volte uno scrittore schierato che ipocrita o timoroso, così nei libri come negli amici. Certo questo è non un libro che vuole parlare alla panza, fare leva sulle emozioni, commuovere, per fare sentire in colpa il lettore e estorcergli una solidarietà da politicamente corretto. E’ un libro libero, che parla all’intelligenza, che racconta per condividere esperienze, interessare e divertire, e secondo me lo fa benissimo.

    1. Salve e grazie per il commento! De gustibus non est disputandum: le mie impressioni ovviamente possono essere condivise o meno e, in fin dei conti, credo non ci sia giudizio univoco su nessun libro. Sono contenta che per lei, invece, sia stata una buona lettura!

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