Padri e patrie: “Sangue giusto” di Francesca Melandri

Sangue giusto di Francesca Melandri è parte della “trilogia dei padri” insieme a Eva dorme e Più alto del mare. Tre libri, la cui stesura complessiva è durata dieci anni e mezzo, che già nel progetto originario avrebbero dovuto raccontare temi della storia italiana di cui si sa troppo poco. Perché se ne sa troppo poco? è la domanda da cui prendono le mosse.

Sono andata ad ascoltare Francesca Melandri qualche settimana fa sulla Literaturschiff, la “nave della letteratura” del festival Lit.Cologne, che durante la presentazione – insieme a Husch Josten, brillante scrittrice a quanto mi risulta non (ancora) tradotta in Italia – ha navigato lungo il Reno. Il titolo dell’evento era: Über Väter und Vaterländer. Padri e patrie, dunque.

Il rapporto tra i due sembra essere un tema molto caro all’autrice, essendo il fulcro su cui ruotano tutti i libri della trilogia, nonostante le ambientazioni diversissime: la storia del Sud Tirolo, gli anni di piombo, il passato coloniale italiano.

Quanto si conosce davvero il proprio padre? E quanto si conosce davvero la propria patria? E soprattutto: le colpe dei propri padri ricadono sui figli? E quelle della patria?

In Sangue giusto quello che fa la patria, lo fa il padre“, dice Francesca Melandri. Ilaria cerca la verità nella storia del padre, camicia nera volontaria in Africa e una vita piena di segreti che ora è troppo anziano per ricordare – ma che a quanto pare ancora sa di aver usato, in un tempo lontanissimo, un lanciafiamme. “Chi non sa niente non può tradire”, ma c’è una cassetta piena di foto e lettere da cui partire. E Ilaria inizia a cercarla, la verità, il giorno in cui un ragazzo africano, che ha sfidato il destino pur di arrivare a Roma, la aspetta sul pianerottolo di casa dicendole: “Mi chiamo Shimeta Ietmgeta Attilaprofeti e tu sei mia zia”.

Copyright Elisabetta Claudio

Francesca Melandri tesse così trama e ordito del suo racconto tra passato e presente, tra il passato coloniale italiano e il presente delle migrazioni, tra un passato rimosso e un presente che è qui, ora, sotto gli occhi di tutti.

E parte dalla storia di un uomo, di una famiglia, per raccontare la Storia: “Questo è il mio modo di esprimere il mio sguardo: il micro funziona esattamente come nelle relazioni macro, nel silenzio, nella ribellione, nella ricerca. Questi due aspetti si intrecciano nei miei libri“.

L’autrice racconta di essere stata in Etiopia due volte durante la stesura del romanzo, di aver avuto colloqui con famiglie italo-etiopiche: “Mi faccio raccontare le storie, poi mescolo e le faccio diventare la mia storia. Devo nutrirmi di esperienza umana per riuscire a fare il mio mestiere“. Un’esperienza umana che si ritrova tra le pagine dense del romanzo, che senza alcuna retorica scava tra pulsioni umane, disperazione, brutture e morte per trovarvi forse, infine, un germoglio.

L’aggettivo “giusto” da cui viene il titolo occupa uno spazio semantico molto grande: significa corretto, adatto, il migliore, buono, superiore. Chi ha il sangue giusto, ha diritti. Shimeta Ietmgeta Attilaprofeti “ha il sangue giusto? Il suo purissimo quarto di razza italiana?” (p. 85).

Bisogna perdonare molto ai propri padri e alla propria patria. Perdonare senza dimenticare, per affrancarsi dai loro errori e cercare anche noi un piccolo germoglio di speranza in tempi talvolta così cupi.

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Francesca Melandri, Sangue giusto, 527 pagine, Rizzoli, € 20,00

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