Recensioni d´autore ~ LA FAMIGLIA KARNOWSKI di I.J. Singer

Marco Montemarano ha letto La famiglia Karnowski di I.J. Singer e, con questa sua recensione, inaugura la nuova rubrica di Odor di Gelsomino (ogni paio di mesi, uno scrittore racconterà un libro). Autore tra gli altri di La ricchezza (Premio nazionale di letteratura Neri Pozza 2013) e Un solo essere (2015, di cui vi ho parlato qui), il suo nuovo romanzo, Incerti posti, uscirà per Morellini Editore il prossimo 21 settembre.

di Marco Montemarano

Che struggimento ti lascia addosso, la lettura de La famiglia Karnowski, ultimo romanzo di Israel Joshua Singer, fratello del più celebre – e premio Nobel – Isaac Bashevis. E che desiderio di scuotere alcuni dei suoi personaggi, di dire “ma non capite che cosa vi sta accadendo intorno?”

Sì, perché questa saga familiare, credo una delle migliori mai scritte, è stata composta negli Stati Uniti a partire dagli inizi degli anni ’40 ed è stata pubblicata in yiddish nel 1943, quando lo sterminio sistematico della popolazione ebraica europea era ormai in corso ma le notizie sul genocidio trapelavano a stento. Quando non si sapeva ancora molto dei “sei milioni”. Quando tra gli ebrei d’America il tema dell’“odio di sé ebraico” era più presente del lutto collettivo per la Shoah.

La famiglia Karnowski ci accompagna lungo cinquant’anni di storia familiare: tre generazioni di ebrei, dallo shtetl polacco passando per la Berlino weimariana fino all’avvento del nazismo e alla fuga a New York. Il capostipite David, colto e moderno, volta le spalle al mondo yiddish, di cui giunge a rifiutare finanche la lingua. Suo figlio Georg, medico, pur in conflitto con il padre ne prosegue il cammino di emancipazione dalla fede e dalla cultura di origine, sposando una gentile. E il figlio di questi, Jegor, proverà a debellare in sé ogni traccia di ebraismo arrivando ad aderire all’ideologia e al movimento nazista.

Sono tanti gli aspetti e i temi che fanno di questo libro un capolavoro. Come nei romanzi di Joseph Roth, c’è l’affresco corale di un mondo alla fine: in Roth l’impero austroungarico, in Singer la galassia della cultura ebraica europea prima dell’Olocausto ma anche il mondo ottimista e sconsiderato della Repubblica di Weimar. Quel tipo di europeo e/o di ebreo intriso di opportunismo e di idee rivoluzionarie che non si ripresenterà più nella storia del continente.

Ma è anche la storia eterna di come, ciclicamente e biblicamente, il mondo strappi i figli dalle mani dei loro padri. Di come i figli, al tempo stesso, comprendano il mondo e la sua evoluzione di più e di meno dei loro padri. Di come le madri siano obbligate a fare da ponte e a mediare tra le generazioni dei maschi.

C’è il dramma della migrazione – la famiglia migrerà ben due volte, anzi tre, considerando le origine lituane di David, per non parlare delle svariate migrazioni interiori dei personaggi – e quello dell’assimilazione, del compromesso e dell’esclusione. E le divisioni che tutto questo provoca all’identità.

E poi la scrittura. Quel soffermarsi e accelerare, quell’estendere pochi istanti di vicenda, a volte solo un’impressione fugace, per pagine di romanzo, per poi comprimere a volte dieci anni di vita in pochissime righe. Anche in questo Singer, erede della narrativa russa e francese dell’Ottocento, ci regala un capolavoro.

Magistrale il ricorso dell’autore all’estetica grottesca del nemico quando, verso la fine del libro, attribuisce a una spia nazista negli Stati Uniti gli stessi attributi fisici – le labbra carnose, il corpo minuto e deforme – con cui i nazisti erano soliti rappresentare gli ebrei.

Resta quella sensazione struggente di cui parlavo all’inizio. Singer, fuggito definitivamente dalla Germania nel 1934, un anno dopo l’ascesa di Hitler, descrive con precisione sorprendente gli anni del progressivo isolamento degli ebrei in Germania, il piano inclinato che porta alla catastrofe. Dietro la narrazione si intuiscono centinaia di colloqui con i nuovi immigrati di Ellis Island, si sente lo scrosciare dei loro racconti.

Ma noi lettori di oggi sappiamo che il peggio deve ancora arrivare. E Singer, che non si lancia in profezie, ha comunque una scrittura profetica. Molte cose non può ancora saperle (non le saprà mai, e mi verrebbe voglia di dire “buon per lui”: morirà nel 1944 ad appena 51 anni). Ma è come se sapesse.

Infine, miracolo della scrittura, non si tratta di un libro cupo, se non forse a tratti, nelle strettoie più anguste e disperate del suo imbuto narrativo. È una storia coinvolgente, vitale, piena di svolte. Un grande romanzo del Novecento.

***

Israel J. Singer, La famiglia Karnowski, trad. A. L. Callow, 498 pagine, Adelphi

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