Libri-intervista: la parola ad Hofmann e Bukowski.

Non leggo spesso libri-intervista perché, inevitabilmente, ad un certo punto mi annoiano. Eppure, di recente, ne ho letti un paio che danno la parola a uomini interessanti: Albert Hofmann, scopritore dell’LSD, e Charles Bukowski. Il primo scorrevole ed entusiasmante, il secondo decisamente meno (ma non è colpa di Buk).


Il dio degli acidi è un vecchio libro edito da Bompiani, ormai fuori catalogo (lo trovate su Amazon, usato, a poco meno di 180 euro − gulp! −, ad un prezzo accettabile in versione spagnola oppure, nei mercatini dell’usato, massimo a 5 euro: fate vobis), che ho ricevuto in prestito e a cui mi sono avvicinata con un po’ di perplessità. In effetti, credo che non sia presentato al meglio: il titolo e la quarta di copertina non sono all’altezza del contenuto.
In un centinaio di pagine (scritte a grandi dimensioni, peraltro), i giornalisti Antonio Gnoli e Franco Volpi riportano due conversazioni intrattenute alla fine degli anni Novanta con lo scopritore dell’LSD nella sua sperduta residenza svizzera.
Hofmann ripercorre tutte le tappe: dall’invenzione negli anni Quaranta come preparato per la psichiatria alla sperimentazione su se stesso, fino alla proibizione ed all’abuso degli anni Sessanta e Settanta da parte di vip e hippy.
Racconta il suo rapporto con personaggi-chiave della seconda metà del Novecento, Huxley e Jünger in particolare.
Descrive, addirittura, le sensazioni che dà l’LSD ed i “viaggi” nel proprio io che consente: Hofmann ha sempre considerato l’LSD un catalizzatore di esperienze mistiche e, addirittura, asserisce che consente di arrivare all’illuminazione in un quarto del tempo rispetto a quanto fa la meditazione…
A parte quest’ultima, che mi sembra un’idea piuttosto assurda (l’illuminazione è un percorso, a che pro “barare” velocizzando i tempi?), ho trovato il suo pensiero su vita, morte, spiritualità, eccessi, natura, globalizzazione, scienza e ricerca davvero molto stimolante.
Un lavoro ben fatto, che non va troppo in profondità (ma da un libro di tali dimensioni non ce lo si sarebbe potuti aspettare) ma che nemmeno si mantiene sul superficiale, ed un libro che permette di imparare agevolmente qualcosa sulla storia degli acidi e soprattutto su un uomo che ha cambiato, a suo modo, il mondo.


Quello che importa è grattarmi sotto le ascelle è un libro-intervista decisamente più conosciuto ed inflazionato, e raccoglie l’intervista di Fernanda Pivano a Charles Bukowski. Ho voluto leggerlo come opera di “transizione” tra la poesia e la prosa di Bukowski, per conoscerlo meglio dal punto di vista umano.
Il ritratto che emerge è quello di un uomo e di un artista eccezionale, fuori dal comune quanto, per certi versi, ordinario: niente, comunque, che non si deduca leggendo anche solo un suo libro.
Anche questo libriccino è di un centinaio di pagine, oltre la metà delle quali di prefazione: una prefazione lunga, ripetitiva e, sì, noiosa, scritta probabilmente al solo scopo di ingrossare il numero di pagine e fare il volumetto.
L’intervista si apprezza molto più per le risposte che non per le domande della Pivano.
Insomma, questo libro non lo consiglio del tutto perché è senz’altro una lettura non indispensabile: se non si conosce Bukowski, molto meglio − ribadisco − leggere un suo libro; se lo si conosce, non è una rivelazione.

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