Lingua madre

Prima del mio trasferimento all’estero, non avevo mai riflettuto in profondità sul concetto di lingua madre. Ho studiato diverse lingue straniere, ho viaggiato abbastanza e mi sono sempre considerata una “cittadina del mondo” (o, per lo meno, dell’Europa).

Da quando vivo in  Germania e la lingua della mia quotidianità, del mio lavoro, delle relazioni interpersonali è un’altra, il legame con la mia lingua madre si è − paradossalmente, forse − rafforzato e ho iniziato a percepirne tutta la forza.

La lingua è tutto ciò che resta a colui che è privato della sua patria.

Non potete immaginare quant’è vera, questa frase di Hölderlin. Io non sono stata privata della mia patria, io sono emigrata mea sponte, ma la sostanza non cambia. È lì che mi trovo, è identità e radici. Sono davvero io, nella mia lingua d’origine.

mother-language-dayLa diversità linguistica e culturale, il multilinguismo che si vogliono celebrare e promuovere oggi con la Giornata mondiale della lingua madre, per chi è emigrante è pane quotidiano. Ed è una ricchezza incredibile, molto più di quanto avrei potuto supporre senza averlo provato sulla mia pelle.

Ogni lingua è portatrice di un patrimonio culturale e dev’essere salvaguardata, trasmessa, amata: non può, non deve andare perduta.

In questo processo ha rilevanza il singolo, certo. Non è poi così faticoso mantenere la propria lingua madre con se stessi: io leggo quasi sempre in italiano, scrivo in italiano, in casa parlo un italiano solo lievemente “contaminato” da termini tedeschi. Da genitore, la situazione si complica: già capita che mio figlio treenne si rivolga a me in tedesco, nonostante la “lingua di riferimento” tra di noi sia l’italiano. Ed ogni volta mi torna alla mente il capitolo Madrelingua de La deutsche vita di Antonella Romeo (che ho recensito qui per Il Club del Libro.it).

Parlare la propria madrelingua con i figli non è una scelta.È un bisogno spontaneo per chi vuole esprimere sentimenti e concetti nel codice che gli appartiene da sempre, quello che conosce meglio. […] Quando parlo in italiano non istruisco le mie figlie. Cerco di donare loro frammenti di un’identità personale e culturale che soprattutto io, madre nata in un altro paese, posso dar loro. Io sono la matrice che imprime sulla lingua suoni diversi da quelli del paese in cui loro sono nate, una matrice che predispone la loro mente ad altre forme di pensiero. Far amare ai propri figli la lingua che non parla il paese in cui vivono è una lotta, un lavoro immane.

Ma, nel mantenimento della lingua madre e di tutto ciò che intorno le gravita, è importante che dalla nostra parte ci siano anche le istituzioni. C’è una direttiva europea degli anni Settanta che prevede, nei Paesi membri, lezioni (facoltative ed extrascolastiche) in lingua madre, di modo che ai bambini stranieri (o di seconda/terza generazione) venga data occasione di “vivere” la propria lingua d’origine anche al di fuori dell’ambiente familiare, imparare a leggere e scrivere in quella lingua, diventare bilingui a tutti gli effetti. Viene da chiedersi come mai l’Italia non abbia mai recepito questa direttiva europea, ma forse è meglio non chiederselo. Qui, invece, l’attuazione di questi laboratori dà buonissimi frutti e ha favorito moltissimo da un lato l’integrazione e dall’altro la conservazione delle proprie radici.

Ecco perché sono fiera di dire, oggi che è la Giornata mondiale della lingua madre, che io amo la mia lingua madre, così come amo il Paese in cui vivo, che mi permette di farlo.

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