L’ISOLA DI ARTURO di Elsa Morante

«Uno dei miei primi vanti era stato il mio nome. Avevo presto imparato (fu lui, mi sembra, il primo a informarmene), che Arturo è una stella: la luce più rapida e radiosa della figura di Boote, nel cielo boreale!»

Un incipit superbo, magnifico, quello de L’isola di Arturo di Elsa Morante: sarà che a me, il nomen omen, ha sempre affascinato parecchio, ma questo ragazzino dal nome di stella mi ha conquistata sin dalle prime righe.

Arturo ci racconta subito, in questo quadernetto di memorie dei suoi sedici anni, di essere orfano di madre, morta mentre lo metteva al mondo. Ci racconta dell’isola in cui vive, Procida; del mare napoletano, in cui trascorre le estati a bordo della sua barca Torpediniera delle Antille;  della Casa dei guaglioni, ricevuta in eredità dal padre e in cui i gufi fanno i nidi; della sua cagnolina bianca di nome Immacolatella, che allevia la sua solitudine. Allevato con latte di capra dal balio Silvestro, Arturo è infatti cresciuto senza alcun affetto accanto a sé: il padre stava e sta ancora, gran parte dell’anno, in viaggio e, addirittura, ritorna e riparte senza alcun preavviso. Viaggi misteriosi quanto importanti – così crede Arturo, che vede il padre come un eroe, come un dio teutonico dai capelli d’oro e gli occhi azzurri (ed il padre, in effetti, ha sangue misto procidano e tedesco). Passa le sue giornate a sognare viaggi altrettanto fantastici, a sognare la libertà, a sognare l’età adulta.
Diviso tra la sofferta mancanza della madre e l’adorazione totale nei confronti del padre, all’improvviso tutto cambia nella vita di Arturo. Il padre decide di risposarsi e, in un pomeriggio d’inverno, sbarca dal piroscafo insieme alla nuova moglie, coetanea di Arturo (!): un momento di rottura, quello, dopo il quale niente sarà più come prima.
La gelosia, dapprima rivolta al padre, che affronta i suoi viaggi in giro per il mondo insieme ad amici inseparabili ― ripeto: così crede Arturo ― dei quali il ragazzo vorrebbe prendere il posto, si catalizza ora sulla nuova arrivata, tanto che il ragazzo non riesce nemmeno a pronunciarne il nome e la cita solamente come Nunz. o N.: «c’è una difficoltà misteriosa, che mi proibisce queste sillabe così semplici: Nunziata, Nunziatella». Quando il padre e Nunziatella fanno un figlio, Carminiello Arturo, la disperazione di Arturo si fa ancora più acuta: da un lato, si rinnova il dispiacere per non aver goduto, a sua volta e a suo tempo, dell’amore materno; dall’altro, nasce una nuova gelosia nei confronti del fratellastro (per di più, biondo come il padre anziché moro come lui!). Arturo arriva addirittura ad inscenare un suicidio, pur di attirare l’attenzione su di sé.
Ma nella nuova realtà di Arturo si nasconde ancora dell’altro. Il padre va in depressione e, qualche tempo dopo, un episodio in particolare stuzzica la curiosità di Arturo, che finalmente capirà, per la prima volta, la vera natura del padre. Nel frattempo, Arturo ha conosciuto il sesso e l’amore – non però con la stessa donna! – e saranno proprio le conseguenze di un “bacio fatale” a spingerlo ad una decisione inevitabile: l’addio.
Arturo, nel giro di pochi mesi, matura e, da ragazzo, diventa uomo. Impara che le donne non sono esseri così “inutili” come lui pensava, che gli uomini non sono esseri così infallibili come lui pensava. Molto felice, quindi, è stata la scelta di far raccontare direttamente ad Arturo le sue vicissitudini: si sorride delle sue ingenuità, si guarda la vita con i suoi occhi, si cresce insieme a lui. Ineccepibile il linguaggio, suggestivo ed evocativo, e lo stile narrativo della Morante (solo, un po’ troppe virgole ― e pensare che io, solitamente, mi lamento del contrario!).
Una storia che sembra senza tempo  e che, solamente da alcuni indizi lungo il romanzo, possiamo collocare appena prima della Seconda guerra mondiale – indizi che vengono confermati nel finale. Una storia che, invece, ha nel luogo in cui si svolge uno dei suoi punti di forza: non solo perché Procida e le sue costruzioni sono funzionali alla trama, ma anche – e soprattutto – perché Procida e Arturo sono così intimamente legati che non si può immaginare l’una senza l’altro, perché l’una è l’essenza dell’altro: l’isola e la solitudine del protagonista, il mare come il grembo materno.
Mi ha stupito scoprire che questo secondo romanzo, dopo Menzogna e sortilegio di nove anni prima, è stato scritto dall’autrice in età abbastanza matura, a 45 anni (1957). Tanto più che mi aspettavo un romanzo diverso da ciò che L’isola di Arturo è, e sono rimasta piacevolmente stupita. Se le prime venti pagine sembrano un po’ lente, è forse solamente perché ci si deve abituare allo stile della Morante, che a ragione viene definito “inconfondibile”. Superate quelle, infatti, si viene travolti dalla storia di Arturo… e si continua a leggere, a leggere, a leggere, fino a che non si scopre “come va a finire” (e, come va a finire, in verità non si sa di preciso, ma se ne ha solamente un’idea).
L’isola di Arturo è un romanzo di formazione che racconta di amore, di amicizia, ma anche di dolore ― quel dolore che è ancora più pieno proprio perché è frutto dei sedici anni. Citando Cesare Garboli nella sua introduzione: «Tutto quello che avviene nell’Isola di Arturo potrebbe dirsi una tempesta in un bicchier d’acqua, se il bicchiere non fosse poi così miracolato, nelle sue umili dimensioni, da detenere una capienza planetaria».  E se queste parole vi sembrano “aria fritta” (sì, potrebbero sembrarlo), è perché probabilmente non avete letto L’isola di Arturo.

Lisola-di-Arturo-Elsa-MoranteAutore: Elsa Morante
Titolo: L’isola di Arturo
Pagine: 398
Editore: Einaudi
Prezzo: € 12,00
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