Post-it #2 ~ Sul tedesco

«Quando un tedesco che sa scrivere bene si tuffa in una frase, non lo vedi più finché non emerge dall’altra parte del suo Atlantico con il verbo in bocca.»

Parole di Mark Twain, e chi siamo noi per dire il contrario? D’altronde, chi sa il tedesco capisce a prima vista quanto sia azzeccata questa immagine — e, sicuramente, si fa anche una bella risata.
Il mio amore per la Germania — condito dal sogno, poi realizzato, di viverci — nasce innanzitutto dall’amore per la lingua tedesca. Un amore innato, di cui non saprei spiegare l’esatta origine.

Ho scelto di studiare lingue alle superiori perché era l’unico indirizzo in cui veniva insegnato il tedesco. Tra l’altro, volendo all’epoca diventare dirigente aziendale — come cambiano i sogni! —, il tedesco mi sarebbe senz’altro servito, essendo la Germania il primo partner commerciale dell’Italia. Poi, al quarto anno, l’incontro con Kafka mi ha folgorata, ed ho iniziato a vedere il tedesco come una chiave per poter leggere, un giorno, la letteratura tedesca in lingua originale. Insomma, quelli che dicono “il tedesco non serve a niente”, evidentemente se ne fregano sia di economia che di letteratura (e a loro vanno i miei sentiti complimenti). Senza contare che, in un curriculum, sapere il tedesco fa la differenza, è un “di più” che non passa mai inosservato.

Ma a me, sin dall’inizio, non è mai importato molto dell’utilità del tedesco. Mi è sempre piaciuto da morire, punto e basta.
Chi dice che il tedesco è una lingua dura, per addestratori di pastori tedeschi o per SS, non ha capito un tubo della vita. Certo, ascoltandola nei film ambientati nel periodo del nazismo e della Seconda guerra mondiale, è forse inevitabile farsi un’opinione del genere. Non dimentichiamo, però, che una lingua, qualsiasi lingua, è dura se parlata con durezza, è dolce se parlata con dolcezza. Provate ad ascoltare un bambino che parla tedesco: vi scioglierete.

Il tedesco è una lingua difficile ed io stessa non so quante volte mi ci sono scontrata e ancora mi ci scontro. Ma quale lingua non lo è? L’italiano, ad esempio, quanti modi e tempi verbali ha, quanti verbi irregolari? Il tedesco ha una grammatica complessa, ha i casi (come il latino, sì) e ci si trova di fronte a parole o frasi lunghissime (quelle a cui allude Twain) ma, studiandolo, ci si accorge che non è poi così ostico come sembra. Tutto ha sua funzione e posizione precisa, tutto ha una logica, un’ordine ma, nonostante questo, non la definirei una lingua troppo rigida. Anzi, a me studiare il tedesco ha dato un’elasticità mentale ed ha aperto frontiere che l’inglese ed il francese e lo spagnolo nemmeno conoscono. Poi, dipende come siete fatti: a me, trovarmi di fronte a parole come Donaudampfschiffahrtselektrizitätenhauptbetriebswerkbauunterbeamtengesellschaft  (che è la parola tedesca più lunga mai stata stampata — ben 79 caratteri!) stimola ed entusiasma, ma capisco che a qualcuno venga voglia di buttarsi dal balcone. 

Forse è per evitare suicidi di massa di studenti che il tedesco sta sparendo dalle scuole. Sempre meno persone hanno voglia o interesse ad impararlo. De gustibus, va bene. Come io non sopporto il francese, è più che legittimo che qualcuno detesti il tedesco. Però ho notato che spesso — quasi sempre — l’avversione verso la lingua tedesca si basa su di un pregiudizio e niente più: che il pregiudizio sia è-una-lingua-difficile, piuttosto che è-una-lingua-dura (addirittura c’è la variante il-tedesco-è-la-lingua-dei-nazisti, giuro che c’è).

Se ha ragione Mark Twain quando ci ricorda, con la sua efficace metafora, quanto siano lunghe le frasi tedesche, quanto sia ardua la compresione di una frase in cui il verbo sta al fondo, lo stesso Mark Twain non dà l’idea di quanto sia bella la lingua tedesca e delle sue mille risorse. Non è una “lingua urlata”, non è una lingua banale. È una lingua che apre la mente, che spinge al ragionamento ed alla concentrazione, che salva dall’omologazione: una lingua che ti cambia la vita.

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